di Eugenio Baresi

Se solo ci si fermasse ad immaginare i sentimenti nostri, dentro ognuno di noi, avendo vissuto i minuti, le ore ed i giorni della ragazza milanese, appena tornata alla sua famiglia, si fermerebbero subito le assurde invettive che le si indirizzano.

Ha subito una prova talmente dura che investirla di responsabilità per quello che si è trovata ad essere oggi pare proprio senza senso.

Ed è altrettanto fuorviante l’accusa che lei abbia scelto di recarsi in un Paese pericoloso.

Non è andata in vacanza, benché a poche decine di chilometri da Malindi, è andata con la convinzione di fare del bene.

Gesto avventato, forse, ma se non ci fossero gesti avventati nella storia dell’uomo saremmo all’età della pietra.

E ancora non si può chiedere di respingere chi viene qui da noi spinto dal bisogno e nello stesso tempo accusare chi va là per attenuare il bisogno.

Detto ciò sono altrettanto insopportabili quelli che plaudono immotivatamente, che accolgono con “compassionevole” gioia scelte che, messa sul loro modo di ragionare, sarebbero incomprensibili, che si scagliano dall’alto della loro “aperta” cultura contro quelli che definiscono calunniatori minacciosi.

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