La vicenda Intesa-UBI ci racconta un’altra delle cose che sarebbe bello non accadessero più.

Il cosiddetto gruppo di controllo di UBI è composto da alcuni investitori che hanno intorno all’8% del valore delle azioni a cui si aggiunge un leggermente più cospicuo 10% posseduto da due Fondazioni che sono sostanzialmente para pubbliche.

Con così poco controllano così tanto: la quarta banca italiana.

Curiosamente questo piccolo gruppo ha definito non in linea con l’etica di Ubi l’offerta di Intesa.

Non è certo in linea con i loro interessi piuttosto che con l’etica della Banca.

Partiamo dalle due Fondazioni, Caricuneo e Banca del monte di Lombardia, rette da presidenti che hanno assunto un ruolo importante grazie al fatto di essere stati autorevoli esponenti della Confcommercio.

Evidentemente si sono abituati fin da subito a rappresentare gli altri che lavorano sul rischio personale.

Indubbiamente capaci ed abili.

Il dubbio di chi per anni ha fatto il commerciante sta nell’esperienza di aver conosciuto le associazioni di categoria molto spesso utili ai propri dirigenti piuttosto che ai propri associati.

Ecco ulteriore motivo per rimarcare quella curiosa e positiva attenzione all’iniziativa di Intesa, capace di rivolgersi ai singoli investitori e capace di realizzare una forte concentrazione bancaria da rispettarsi in Europa.

Ci auguriamo abbia successo.

Peraltro il nostro Paese ha bisogno anche di imprenditori coraggiosi, seriamente, e che si misurano ogni giorni con la produzione piuttosto che con la finanza.

Ultima considerazione che ci consente di affrontare altro caso di dubbio relativo alla prossima nomina del presidente di Confindustria.

Preferiremmo un industriale piuttosto che un equilibrista che con pochi soldi abilmente gestisce intrecci finanziari per raggiungere incarichi prestigiosi.