“L’avvocato degli italiani” o non fa bene l’avvocato di sé stesso o può permettersi di non farlo bene… e in entrambi i casi non è un buon auspicio.

Il problema è il parere che l’avvocato Conte ha espresso per la società Fiber 4.0 pochi giorni prima di essere nominato Presidente del Consiglio e, per altro, prontamente recepito nella seconda seduta del suo ministero.
Non lo è forse per quanto riguarda il conflitto di interessi, ma certamente lo è per non aver rispettato, come da sue dichiarazioni, la legge sull’Antiriciclaggio.
Siccome per i meno avvezzi alle norme giuridiche può essere complicato seguire il contenuto delle dichiarazioni e delle leggi spieghiamo il fatto. ( più sotto a scanso di equivoci riportiamo le esatte parole e le norme di legge)
C’è una norma che obbliga gli avvocati ad effettuare controlli e procedure su chi sono i loro clienti e per quale fine operano.
La legge è determinata e voluta per combattere il riciclaggio, uno degli strumenti più utilizzati dalla criminalità organizzata.
A maggior ragione se in ballo ci sono milioni di euro la devi rispettare.
Il presidente Conte afferma che l’avvocato Conte non l’ha rispettata.
E ci informa che non sapeva chi rappresentasse la Fiber 4.0 e purtroppo, quest’ultima, pare un coacervo da investigare.
In aggiunta il presidente Conte afferma, per giustificare l’avvocato Conte, che non era necessario rispettarla facendo finta che la norma non ci sia.
Ma, come già detto, non stiamo parlando di una legge qualsiasi, che non rispetta, ma di una legge molto significativa e particolarmente cara agli “onesti”.
Se pretendi di punire e fustigare chi non fa uno scontrino del caffè, dovresti essere doverosamente obbligato a rispettare le norme su milioni di euro.
Naturalmente sembra che “la legge è uguale per tutti” sia un puro accessorio decorativo delle aule di giustizia italiane.

Per non dare spazio alle interpretazioni, ma solo ai fatti, riportiamo le esatte parole del presidente Conte per giustificare l’avvocato Conte. (tratte da un servizio di Articolo43): «Ho preparato il mio parere e fornito consulenza legale sul tema in questione, basandomi esclusivamente sui documenti che mi sono stati inviati e senza mai incontrarmi o interagire con i direttori o gli azionisti della società. Di conseguenza» – scrive il presidente del Consiglio – «ero del tutto inconsapevole del fatto, e in effetti non era necessario saperlo, che Raffaele Mincione fosse tra gli investitori, o che fosse coinvolto un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano, come ipotizzato nell’articolo».

Peccato che per l’avvocato-presidente, come per tutti gli avvocati, vale il decreto Legislativo 90/2017 appositamente votato nella lotta al riciclaggio che dispone: “Per le persone giuridiche debbono essere adottate delle misure adeguate al rischio e volte all’identificazione dell’effettiva proprietà e struttura di controllo del cliente come il ricorso ai registri pubblici, ad elenchi, atti o documenti ad accesso pubblico ovvero richiedendo al proprio cliente ogni dato necessario ad ottenere le informazioni utili alla determinazione dell’effettiva titolarità”. Ed ancora: “Ulteriori adempimenti sono poi rappresentati dal reperimento di informazioni circa lo scopo e la natura della prestazione professionale non tralasciando l’acquisizione di
informazioni circa le relazioni che intercorrono tra cliente ed esecutore, cliente e titolare effettivo e sull’attività lavorativa”.