Raccontiamo semplicemente i fatti e non le opinioni.
La vicenda ArcelorMittal, la più grande acciaieria europea, con più di 20 mila occupati direttamente e occupati nell’indotto. 

Partiamo dall’acquisizione da parte degli attuali gestori-proprietari senza raccontare gli anni precedenti che non riguardano i guai di questi giorni.
Solo vale ricordare che il Governo, in maniera mai vista in 70 anni di storia repubblicana, qualche anno fa, aveva dovuto intervenire con provvedimenti legislativi per bloccare azioni della magistratura, cioè prima dell’accordo di vendita.
Nel luglio 2017 Il Ministro Calenda ufficializza l’accordo per l’ex Ilva con l’ArcelorMittal.
Più di 4 miliardi di investimenti privati, piano di recupero ambientale e rilancio della produzione.
I sindacati non si fidano dell’accordo.
Arriva Di Maio e nel settembre 2018 si raggiunge l’accordo di portare gli assunti da 10.100 a 10.700. Oltre a ciò, gli esuberi, invece di essere assunti in una agenzia mista, sono avviati in numero maggiore ad un esodo anticipato con un bonus a testa di 100mila euro lordi.
Per quanto riguarda il piano ambientale ArcelorMittal conferma gli investimenti, anzi ne aumenta, riduce i tempi per la loro realizzazione fra i 6 e i 30 mesi.
E ovviamente resta confermata la tutela giuridica sulle responsabilità precedenti all’inizio della gestione dell’ArcelorMittal.
Accordo questo accettato dai sindacati.
Di Maio dichiara: “In tre mesi abbiamo risolto la crisi dell’Ilva”.
Qualche mese dopo, con il decreto crescita, il governo giallo-verde, toglie da settembre 2019 lo scudo penale.
Ma in agosto con il decreto salva imprese, lo stesso governo, lo reintroduce modulandolo sugli interventi in attuazione.
Ma nella procedura di approvazione da parte del Parlamento del decreto salva imprese, nel mese di novembre, cioè pochi giorni fa, il governo giallo-rosso ritoglie l’immunità penale.
Chiunque abbia un minimo di criterio può chiedersi come un imprenditore possa operare con norme che cambiamo ogni due mesi.
Ma non è finita qui.
La magistratura era intervenuta, nel luglio 2019, sulla base di un incidente mortale del 2015, stabilendo la chiusura dell’altoforno2 il 10 ottobre.
Ricorsi e contro ricorsi ed il tempo di utilizzo viene spostato al 14 dicembre 2019.
Tre mesi di tempo per sistemare un altoforno che funziona così da anni.
Allora ricapitolando, a novembre viene tolta l’immunità penale ed a dicembre si dovrà chiudere l’altoforno fondamentale per tutto l’impianto.
ArcelorMittal, sempre a novembre, recede dal contratto sulla base di questo articolo del contratto che ha firmato con Di Maio: quanto stabilito nell’accordo non può modificarsi per decisione politica o giudiziaria altrimenti “…nel caso in cui ne sia disposto l’annullamento in parte tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto (anche in conseguenza dell’impossibilità, a quel punto di adempiere ad una o più prescrizioni da attuare, ovvero della impossibilità di adempiere nei nuovi termini come risultanti annullamento in parte), l’affittuario ha diritto di recedere dal contratto”.
Nel frattempo, pochi giorni fa, la magistratura milanese ordina di non spegnere il medesimo altoforno2 per non danneggiare gli interessi dello Stato.
Adesso cosa accadrà?
Qui l’unica opinione: ci sarà un nuovo accordo tra governo e ArcelorMittal dove verrà ripristinato lo scudo penale (racconteranno che è una cosa diversa), si farà un provvedimento che non chiuderà l’altoforno 2 nei tempi previsti dalla magistratura di Taranto, con soddisfazione di quella di Milano che ne ha ordinato il non spegnimento, ci saranno 2/3000 esuberi che invece di essere a carico della gestione saranno posti a carico dello Stato.
Tanto chi paga sono i cittadini, cioè noi.
Con buona pace dell’informazione che non informa, dei politici che non sanno nemmeno amministrare un gioco regalato ai bambini, dei magistrati che tanto non rispondono mai delle loro azioni.