Escono con calma i documenti finora non disponibili della Commissione antimafia.
Come spesso accade in Italia i fatti raccontati e che crediamo siano la cronaca di quanto accaduto non corrispondono con i fatti realmente accaduti.
Parlare di Giovanni Falcone ne offre una evidente occasione.

Tutti quegli ambienti che lo hanno osannato dopo la sua drammatica uccisione avrebbero potuto più opportunamente sostenerlo quando in prima linea affrontava sul serio la mafia.
Ma, non solo in questo caso, vi è stata la convenienza nel diffondere maldicenze, nel cambiare la realtà, nel mettere in difficoltà i responsabili dell’azione giudiziaria che intendevano il ruolo come strumento di contrasto alla malavita e non come occasione di contrasto al Governo.
Le carte della Commissione ci mostrano questo.
Speriamo che non sopraggiunga oggi l’ennesima convenienza nel curare la desecretazione degli atti.
Non vuole essere un pensare male, ma è l’esperienza acquisita in indagini e ricerche.
Sulla lotta alla mafia si sono create ottime carriere politiche e giudiziarie tutte orientate a distruggere una precisa parte politica non propriamente schierata nella sinistra dello schieramento.
Sara un caso, ma Giovanni Falcone angustiato e calunniato a Palermo, non voluto al CSM, rammaricato e abbandonato scelse di collaborare con il governo di Giulio Andreotti.
Poi naturalmente, quando il tremendo attentato interruppe la sua vita, la pletora di suoi critici antagonisti non trovò di meglio che osannarlo e perseguire quei governanti che lo avevano sostenuto.
Non faccio nomi solo perché non mi fido di chi poi dovesse eventualmente giudicare le mie affermazioni nel caso li facessi.