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In cabina Dio ti vede e Stalin no.

Ricorderanno i meno giovani queste parole raccontate spiritosamente, nel 1948, come pressione della Chiesa nei confronti dei fedeli affinchè in quelle elezioni votassero la Democrazia Cristiana e non il Partito Comunista.

Fortunatamente così avvenne ed il segno degli elettori sulla carta di quelle schede elettorali ci ha regalato anni di progresso, di democrazia e di libertà.

Vien da “ridere” vedendo i prodi democratici americani dello Iowa che affidandosi alle “app” non riescono nemmeno a comunicare i risultati delle loro primarie.

Vien da “piangere” vedendo il presidente della Camera statunitense che, dimenticandosi del valore della carta, straccia il Discorso sullo stato dell’Unione del Presidente Trump.

Facciamo ordine.

Il disastro delle primarie dei democratici nello Stato statunitense dello Iowa è simbolico di come l’attuale preminente tendenza a giudicare attraverso la rete sia proprio il contrario della democrazia e della credibilità dei messaggi.

Per contro appare sostanza, come segno simbolico, l’espressione del voto con un rapporto diretto fra elettore e scheda sulla quale, nel piccolo spazio della cabina elettorale, segna il suo voto, la sua convinzione, il suo rapporto con quello che vorrebbe per il suo Paese.

In Italia fino a pochissimi anni fa questo rapporto era significato dall’affluenza al voto elevatissima… superiore al 90% degli elettori.

La sostanza per la quale l’eletto e l’elettore si conoscono vicendevolmente.

Il voto alla persona che rappresenta il possibile controllo conosciuto sulla realizzazione degli impegni.

Non si tratta di rifiutare la modernità del progresso, si tratta di non buttare la sostanza della conoscenza.

L’insicurezza del sistema puramente tecnologico porta al dubbio, più grave e determinante, di chi gestisce e controlla i risultati: la democrazia è nella certezza di libertà e nella segretezza del voto.

Passiamo poi al presidente della Camera statunitense.

Pare un inutile isterismo quello di strappare palesemente il testo letto dal Presidente Trump nel suo Discorso sullo stato dell’Unione.

Ma non solo isterico perché la contemporanea figuraccia del suo partito democratico, più sopra raccontata, avrebbe dovuto portarla a rispettare se non altro il valore della carta, dello scritto che resta, che contestabile è, nei suoi contenuti, se si è in grado di contestarlo.

Questi che si definiscono democratici non riescono ad esserlo perché non sul consenso degli elettori immaginano di governare, ma sulla scorciatoia della giustizia gestita secondo la propria convenienza e la propria faziosità.

Qui da noi abbiamo un eco… meglio, una primogenitura…

1 Comment

  1. Enrico Falconi

    6 Febbraio 2020 at 18:24

    È così.
    L’espressione del viso di Nancy Pelosi , alle spalle del Presidente, trasmetteva un attacco acuto di nevrosi, sfociata poi nella plateale ( e sconsiderata, visto il ruolo istituzionale ricoperto) distruzione dei fogli recanti il discorso di Trump.
    Stesso comportamento che ebbe la Clinton quando perse il confronto elettorale : un accesso isterico. Che siano di qua o aldilà dell’Atlantico poco cambia : i “dem” per palesare democrazia devono vincere!
    Di contro emerge il DNA staliniano, persistente nonostante i frequenti cambi di nome del partito.

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