di Eugenio Baresi
Domani si discuterà la sfiducia nei confronti del ministro della giustizia.
Anche questa volta si continua a guardare il nulla.
Il problema è ridare dignità alla politica.
Dignità rispetto a se stessa e dignità rispetto alla magistratura.
L’attuale ministro racchiude in sé i motivi che hanno condotto alla rovina.
Per convenienza ha esaltato comunque la ragione dei magistrati e per incapacità è rimasto vittima degli interessi dei magistrati.
Colpevole due volte.
Colpevole una terza perché penalizza e umilia quella parte sana della magistratura che è abbandonata senza la libertà di essere indipendente.
In un processo vero, in un paese serio, non si procederebbe contro di lui per manifesta incapacità.
Ma in politica non si può essere irresponsabili.
È sufficientemente evidente che il ministro non ha piegato le sue decisioni alle esigenze della mafia.
È certamente evidente invece quello che nessuno dice: si è piegato alle logiche di potere delle correnti della magistratura.
Non è un’opinione quanto piuttosto il riscontro di quello che abbiamo conosciuto.
Sarebbe non solo bello, ma doveroso che governo, parlamento e magistratura prendessero le decisioni adeguate ognuno per i suoi compiti.
Risulta quasi incredibile credere a quanto svelano le intercettazioni che narrano di quanto è accaduto per dare incarichi a magistrati, per trasferirli, per bloccarne altri.
Stiamo parlando di operazioni interne alle varie correnti della magistratura, stiamo parlando di manovre interne al consiglio superiore della magistratura.
Allora il problema non è solo un incapace ministro, ma è la gestione della giustizia affidata interamente ad un potere senza controllo.
Lascia sgomenti rileggere quanto si diceva in un intervento nel 1994 alla Camera dei Deputati sul tema giustizia.
Pretendere rispetto del ruolo legislativo della politica e rispetto del ruolo applicativo e non liberamente interpretativo delle leggi da parte dei magistrati: “Assistiamo al rifiuto di una complementarietà dei poteri che la nostra Costituzione ha definito; una complementarietà che quotidianamente vediamo stracciata dall’arroganza di chi immagina per sé ogni merito ed ogni positivo valore… ed è allora insopportabile che si continui una battaglia per il potere e si seguiti a combattere per mantenere l’esorbitanza dei propri ruoli”.
In tutti questi anni il potere incontrollato della magistratura ha consentito di interrompere esperienze politiche, di condizionarle e di modificare addirittura volontà popolari.
I cittadini non se ne sono accorti perché la convenienza di chi li informava stava nel disinformarli presentando la politica di alcuni come negativa.
Per contro presentando positiva, con un altro altrettanto evidente imbroglio, solo quella di altri assolutamente in linea con il bene che i giudici stabilivano.
Ci siamo trovati politici incapaci di agire con il risultato di aver perso i beni dello Stato e aumentati i debiti.
Ci siamo trovati a non contare nulla in Europa e nel Mondo, ci siamo visti acquistare molto di quello che era il nostro valore industriale.
Chi ha guadagnato?
Il povero ministro della giustizia è certamente incapacemente inconsapevole, ma è imperdonabile il danno che ha combinato, con i suoi sodali, favorendo l’imbroglio dei cittadini, anzi, incrementando all’inverosimile quanto di negativo già altri avevano realizzato.
Sembra persino la legge del contrappasso che questo ministro si sia trovato accusato così pesantemente per connivenza con le mafie.
È così ancora disperante ricordare cosa si diceva nel 1995 in dichiarazione di voto alla Camera dei deputati, sulla proroga del 41bis, il carcere duro.
Pretendere rispetto alle indicazioni della politica e pretendere rispetto del proprio dovere da parte dei magistrati: “È necessario interrompere una situazione che configura un sequestro delle opinioni… quando sono difformi dalle posizioni assunte da qualcuno. E non possono essere intese, se critiche, come l’espressione di un’opinione quasi a copertura delle organizzazioni criminali o mafiose. Se oggi, con l’approvazione di questo provvedimento, facciamo in pieno il nostro dovere, dobbiamo chiedere anche a chi dovrà attuarlo di fare altrettanto”.
Sono passati venticinque anni e l’asservimento pieno di reciproche convenienti complicità dei politici che governano ancora consente lo sfuggire ai doveri.
Incredibilmente si svicola dalla responsabilità dimenticando chi decide sulle questioni di giudizio: i magistrati.
Ma la responsabilità di questo ribaltamento dei fatti è di quella parte della politica che non può controllarli, perché connivente per correità ed interesse nel consentirlo.
È dubbio che il ministro impari la lezione .
È una speranza che i cittadini si rendano conto di come in una democrazia la fiducia bisogna affidarla a chi ci rappresenta per il voto che gli diamo e che possiamo togliere e che possiamo controllare solo che lo si voglia.
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